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Madagascar: il diario 5

scritto da: Monica Bossi
Medico chirurgo, specialista in Medicina Interna, Medicina Olistica e Omeopatia, Nutraceutica e Nutrizione Biologica. Docente universitaria in PNEI e Medicina Integrata e Preventiva.
I paradossi.

La realtà che ho visto in questi giorni, è piena di paradossi, che ho riscontrato nelle persone che ho incontrato durante le visite in ospedale.

L’accettato:

un ragazzo accettato in testa a seguito di una lite: “rattoppato” alla ben e meglio, nel miglior ospedale del Madagascar. Ha continuato la sua normale attività lavorativa per una settimana per poi recarsi in urgenza nuovamente in quell’ospedale e, viste le condizioni disastrose delle ferite (non entrerò nei dettagli), è stato inviato urgentemente al nostro ospedale. Le “cure” cui è stato sottoposto erano state tutte a pagamento e il paziente era della categoria “benestanti”. Paradossalmente solo l’arrivo da noi, in una struttura di erogazione di cure e farmaci gratuita, poteva assicurare al paziente le cure minime necessarie: sebbene le risorse dell’ospedale, e le prestazioni di medici non specialisti (per esempio in questo caso chirurghi plastici che non c’erano) potevano sembrare a noi occidentali minimi e forse non sufficienti a scongiurare gravi complicazioni, erano comunque di altissimo livello rispetto a quelle dell’ospedale malgascio, e a quello cui il popolo può ambire. Ben sapendo, noi medici, che la scelta della cura doveva essere oculata in base anche alle nostre risorse di disponibilità dei famaci, della possibilità che il paziente sopravviva, o della necessità, per contro, di preservare quelle risorse per un altro paziente con una aspettativa di vita maggiore.

Il morso dell’albero.

La puntura di uno scorpione, di una scolopendra, di un ragno o di un insetto, spesso viene passato dal paziente, come  il “morso dell’albero”. Poiché raramente la persona che viene in ambulatorio indipendentemente dall’età, ha una conoscenza o una consapevolezza di possibili pericoli, o di circostanze di causa (la puntura di un insetto per esempio) e effetto (il gonfiore nella sede del morso o le complicazioni legato a questo).

La “non crisi ipertensiva”:

Nel mondo occidentale si definisce una crisi ipertensiva quando valori della pressione arteriosa sono estremamente elevati, e fuori dai range di normalità, in un tempo quasi improvviso o comunque acuto e, auspicabilmente, di breve durata.

Qui ciò che si riscontra in visita invece, sono valori elevatissimi di pressione arteriosa, associati già a segni elettrocardiografici di ipertrofia ventricolare (ingrossamento del cuore secondario al “super lavoro” , che NON devono essere abbassati né rapidamente né troppo, per non alterare l’equilibrio di sopravvivenza che quella persona aveva attuato, e chissà da quanto tempo. Ovviamente senza lamentarsi mai di alcun sintomo (cefalea, astenia etc..)

La bambina con il braccio rotto:

Una bambina di circa tre anni (qui per definire l’anno di nascita si scrive: vers, ossia circa): arrivata nel nostro ospedale e trattata in urgenza; la bambina non ha mai pianto. Né si è mai lamentata.

Probabilmente le persone qui hanno la stessa soglia e percezione del dolore rispetto a noi (in modo comunque diverso da persona a persona, come succede per noi): ma l’espressione del dolore o del disagio è diversa (quasi mai esternata, oppure come nel caso del paziente accettato o della donna in travaglio o della colica renale, solo con un minimo movimento del piede o della mano o con una piccola smorfia del viso).

E ci sarebbero tanti altri casi da descrivere.

Prima di partire, già in città e con le valigie pronte e in attesa della macchina per l’aeroporto, mi è stato chiesto di visitare una signora.

Per un problema ginecologico, la stessa si era già rivolta all’ospedale malgascio e aveva già fatto almeno cinque accertamenti ecografici. Riassumerò l’accaduto dicendo che questa donna, considerata tra le “benestanti e acculturate” (sapeva parlare infatti francese) desiderava che io la visitassi per impostare una terapia che avrebbe recuperato, quando possibile e cioè tra un mese, al nostro ospedale, in attesa anche dell’intervento che avrebbe fatto nella stessa occasione. Questo pur sapendo che le nostre risorse sono minime e che gli specialisti (in questo caso il ginecologo) vengono a turni, dovendo perciò aspettare il momento in cui sarebbero stato presenti.

Le aspettative riposte da lei nella mia “semplice” visita e nel mio consiglio, assolutamente non supportate da una terapia da poterle consegnare, erano fortissime, rispetto alla realtà per cui lei comunque, non avrebbe avuto i soldi per continuare né le medicine già iniziate né per affrontare l’intervento nell’ospedale malgascio (né’ la certezza del buon esito).

I paradossi che io ho visto sono due:

Da un lato situazioni di malattie o di scompensi o di aberrazioni “della normalità” dello stato di salute, con cui le persone convivono senza avere la possibilità di curarsi.

Dall’altro la mancanza di percezione di questi disturbi con i quali le persone convivono da sempre. E soprattutto la mancanza di percezione o di intuizione che minimi accorgimenti (come quello di evitare di mettere la gamba con una fiera aperta sotto la sabbia, o di far giocare i bimbi nella sporcizia più assoluta) possano aiutare molto ad evitare epidemie di ogni tipo.

Mi chiedo qual è il confine tra la mancanza di cultura di una popolazione, e l’“incoscienza” nel senso di non percezione, non attenzione e quindi mancanza di evoluzione.

So bene che la storia ci insegna che dove c’è povertà c’è malattia, ma la mia esperienza di aver toccato con mano anche la mentalità di questo popolo, mi fa riflettere appunto su quanto, la mancanza di cultura si associ, inevitabilmente o meno, anche alla mancanza di un semplice atto di protezione o di prevenzione. Che dai più verrebbe interpretato come intuitivo, e non per forza insegnato.

Questa esperienza mi ha inoltre, fortissimamente (e spero per me, visceralmente) ricordato, di quanto tempo si spreca, nella nostra quotidianità di occidentali (almeno della nostra terra, e della nostra realtà) a fissarsi su un pensiero paranoico, su un sintomo “inutile” ( un espressione cutanea come può essere la vampata di calore, o la sudorazione, o episodi di  colite) o, soprattutto su pensieri ossessivi che riguardano una percezione del nostro fisico etc. Che magari ci portano a vivere quotidianamente, limitandoci, privandoci della libertà del fare e del sentire, e avendo paura. Di tutto… Anche di ingrassare (!!!!)

E mi ha ricordato anche quante volte in ospedale o in visita, noi medici dobbiamo affrontare situazioni di pazienti con assoluta mancanza di attenzione per se stessi e di interesse a impegnarsi a guarire. Che delegano invece questo atto al farmaco (che per lo più sarà dato dal medico o preso autonomamente dal paziente, in eccesso e forse con superficialità) o esclusivamente al medico.

Come se niente fosse prezioso o avesse importanza (al contrario di quello che io ogni giorno ho visto qui).

Stremati da un viaggio in fuoristrada per dune scoscese e 35 gradi, e “strade” fatte da solchi profondi e praticabili solo da alcuni, passando altri tratti invece che sembravano guadi di un fiume (ma che erano solo “strade” allagate), quasi in prossimità della meta, nel viaggio in direzione dell’ospedale, è capitato qualcosa di illuminante. Gli autisti che conducevano la macchina, una volta fermati, aperto il cofano, e fatto “esplodere” il tappo del radiatore che si era surriscaldato, sono scoppiati a ridere (aspetto comune che ho riscontrato in quasi tutti i malgasci conosciuti lungo il mio cammino). Di fronte alla nostra iniziale preoccupazione, hanno continuato imperterriti a rilassarsi e, semplicemente, ad aspettare, che il motore si raffreddasse e ripartisse.

La morale probabilmente è che, se qualcosa non dipende da te, la scelta che puoi fare è stressarti e preoccuparti o aver paura (non cambiando comunque la situazione), oppure prenderla con leggerezza e fiducia, ed aspettare (magari dando spazio a nuove sensazioni o a confronti con persone che altrimenti ti precluderesti).

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