il Blog

Madagascar: il diario 2

scritto da: Monica Bossi
Medico chirurgo, specialista in Medicina Interna, Medicina Olistica e Omeopatia, Nutraceutica e Nutrizione Biologica. Docente universitaria in PNEI e Medicina Integrata e Preventiva.

… Ci sono molte cose che non vanno bene.

Nell’alloggio dove stiamo, e del quale dobbiamo occuparci noi completamente ‘nel tempo libero’  per la pulizia e l’aspetto alberghiero, tornando stanchi morti dell’ambulatorio o nella pausa ‘bicchiere di acqua’ , c’è totale mancanza di igiene.

O ce ne occupiamo noi appunto, cercando però di far fronte anche alle indigenze lasciate dai nostri predecessori che noi abbiamo sostituito, o tutto si accumula.

Per fortuna ci sono le zanzariere che ci proteggono da ogni forma di insetti, blatte, zanzare, pipistrelli.

E l’igiene di ogni stoviglia o presidio che viene utilizzato per il nostro vitto, non è certa. O meglio , si pensa che sia in minima parte sicura (perché sappiamo che l’acqua che beviamo proviene da un pozzo periodicamente controllato, almeno grossolanamente), per poi scoprire che la verdura che si mangia e’ stata prima lavata con IL SAPONE per i piatti, per ‘ sterilizzarla’ seguendo il consiglio di qualche fantasioso collega che ci ha preceduto.

E la permanenza e il giro in ambulatorio e reparto, non è da meno per difetto di igiene. Anzi, molto peggio.

Il personale dell’ospedale non usa i guanti passando da un paziente all’altro, né le mascherine (né le fa usare al paziente che ha davanti, con conclamata Tubercolosi), nè si cambia durante la pausa della mattina dove , dall’ospedale ci si sposta nella corte di alloggio e vitto di tutto il personale. Ne’ c’è qualcuno, prima del mio arrivo, che si sia mai preoccupato di pulire i ripiani ( dai ragni, le loro uova, gli escrementi di pipistrelli) dove sono sistemati i farmaci, nè gli strumenti preziosi come gli ecografi, nè i tavoli su cui noi medici scriviamo le cartelle, forniamo i farmaci ai pazienti, e con loro condividiamo lo spazio. Anche con quelli che vengono con diagnosi di scabbia attiva, o di altri parassitosi contagiose cutanee.
Dimenticandosi che nelle settimane precedente al mio arrivo e nella prima della mia permanenza, quasi ogni membro dell’equipe medica o infermieristica e’ stato colpito da Giardia, Ameba, e malaria.

Come se, il nostro livello “culturale e di intelligenza” rispetto a quello degli autoctoni, non dovesse essere usato per progredire. Come se dovessimo noi adattarci a quei fattori (in primis l’igiene e la sicurezza personale) che fanno la differenza nelle società ‘evolute’ dal punto di vista sanitario.

Per poi sentirsi riprendere, dal “gestore” del luogo, “ministro della sanità di turno” che nulla ha a che fare con la medicina e con il sentore di quello che noi si fa o non si fa in ambulatorio, perché, dopo una guardia in cui non si è chiuso occhio, e, tra le altre cose, si è interagito con persone ( pazienti) che non parlano nessuna delle lingue che parli tu e che nemmeno capiscono i gesti, ti sei presentato la mattina successiva a far colazione alle 6.15 invece che alle 6.

Come se, l’animo umano fosse comunque portato a travisare le priorità, i valori, e i ruoli, non solo e tanto dal punto di vista gerarchico, quanto di impegno e di fatica profusa.

Ma tutto questo non mi basta. 

Per non accorgermi di quello che vivo ogni minuto, per non percepire il sentore di ‘qualcosa’ che va al di la della forma, della parola, e dell’abito. E che molto ha a che fare invece, con la vita. E con la morte. Ma non come la intendiamo noi, come cioè uno spauracchio che ci illudiamo di rifuggire  per tutta la durata della nostra esistenza, probabilmente sbagliando. Ma cercando invece di vivere ogni giorno, come fosse l’ultimo ( o il primo); e, invece che egocentricamente, anche nell’attenzione verso chiunque ci sia accanto in quel momento. Temendo (da noi) quello che sarà l’ultimo giorno, e pensandolo con paura. Paura verso l’ignoto, verso la fine di tutto. Correndo il rischio così di rimpiangere tutto il tempo sprecato, mentre abbiamo ‘vissuto’, temendo,  invece che rispettandolo, questo momento. Rispettando così la vita.
Come fanno qui.

La povertà e’ una realtà che probabilmente livella gli esseri umani: perché non permette che si diffonda la cultura, e quindi il confronto, e la conoscenza di proprie resilienze e capacità più o meno nascoste, precludendo la possibilità di evolvere. ️Ma è anche un ‘livellamento’ probabilmente che ha una sfumatura positiva ( rispetto al nostro vivere). Perché non ti induce ad ambire e in particolare ambire a risultati troppo lontani dalla tua possibilità, di adeguarti a ‘forme e comportamenti’ che non farebbero parte della tua indole ma che la società ti richiede; e che quindi non ti porta a invidiare. Ad essere triste perché non hai questo o quello o perché lui ce l’ha e tu no.

La povertà ti da la possibilità, in questo ‘livellamento umano’ di vivere insieme, arrabbiandoti, scontrandoti, dicendo la tua, ma non in modo ipocrita, ma sincero. Per poi ritrovarti con il tuo vicino quando il tuo caro ha bisogno di aiuto, quando c’è la capanna da costruire, o l’alluvione che ti ha allagato il campo. O per ritrovarti alla sera, all’ora del tramonto, a preparare la cena con quello che hai. Che la natura ti ha fornito. E che probabilmente sarà molto sbilanciato dal punto di vista nutrizionale, ma ti permette di dar da mangiare ai tuoi cari  e ai tuoi innumerevoli figli. Che mentre cucini, sono a giocare a pallone, con un bastone e il copertone di una gomma, o con dei pezzi di legno che rappresentano qualsiasi cosa la tua fantasia riesca ad immaginare. Felici e con dei sorrisi, che chi, come noi, vive nella società esattamente opposta a questa, ‘ricca, acculturata ed evoluta’ , si dimentica di fare. Anche per una sola volta al giorno.

In questa realtà non hai il tempo per lamentarti, nè per manifestare un dolore (anche se è quello di un travaglio in atto, di una colica renale, o di una pugnalata). Perché comunque devi andare avanti (figurarsi se sai cos’è il disagio che ti auto crei se sei in epoca di menopausa e hai vampate di calore, che per la società diversa da questa, ti condiziona a tal punto, da viverle come qualcosa di ‘sporco, sbagliato o frustrante’ , in un meccanismo vizioso negativo infinito). Solo i bambini molto piccoli ‘si permettono’ di piangere quando ti vedono: il medico wasa (bianco) che li visita fa paura, e non sempre basta la tua carezza, il tono dolce della tua voce, o la cura della mamma che li culla a calmarli.

Questa è il significato probabilmente di questa povertà, di chi non ha mai provato altro, se non questo. E che ha come scopo, nella vita, alzarsi, procurarsi il cibo, VIVERE, anche divertendosi, CANTANDO e BALLANDO con gli altri.
E lavorare con l’unico scopo di procurarsi i denari per fare una tomba decorosa. Nel rispetto degli spiriti che si occuperanno dei suoi successori.

potrebbe interessarti anche…

Facciamo ordine: CONTAGIATO NON SIGNIFICA MALATO

Facciamo ordine: CONTAGIATO NON SIGNIFICA MALATO

Il termine CONTAGIATO implica che un soggettto ha contratto un infezione per modalità diretta o indiretta. In caso del nuovo coronavirus pandemico (19 ,detto anche Sars-CoV2 perché potenzialmente capace di indurre una malattia specifica chiamata Sindrome Severa Acuta Respiratoria 2) , le vie di diffusione da persona a persona sono: Dirette: attraverso la saliva e le […]

leggi tutto

iscriviti alla newsletter

per essere sempre aggiornato sugli ultimi articoli pubblicati nel nostro Blog

Come funziona la visita online via Skype

L’analisi biotipologica improntata sulla raccolta anamnestica, l’individuale modalità di vivere quotidianamente (attività fisica, abitudini alimentari, modalità di stressarsi) e le fattezze fisiche specifiche, è un possibile strumento di medicina preventiva da farsi anche on-line. Corredata dalla prescrizione personalizzata di esami (metabolico, ormonali, immunitari, nutrizionali o genetici) che, rivalutati dallo specialista in un secondo tempo, permettono l’impostazione di un corretto stile di vita o l’integrazione terapeutica finalizzata alla prevenzione o al riequilibrio della salute.

Prenota una visita o chiedi maggiori informazioni

invia una mail a:
ambulatorio.drbossi@qualisvitae.it
oppure contattaci al numero
+39 348 7943523

Share This